Zaid, la guida locale che in una precedente edizione del Marocambolesque ci aveva fatto conoscere la “pista proibita” che corre parallela al confine algerino e su cui transitava la Dakar dei tempi migliori, questa volta ci propone un tracciato che si collega alla prima dopo 130 chilometri di deserto.
Accettiamo senza riserve la variante al programma originale, e mai scelta fu più indovinata.
Infatti sarà la tappa più divertente e veloce della nostra intensa esperienza di guida sahariana, complice la sabbia resa compatta dalle piogge della settimana precedente. Eh già, perché anche in pieno deserto possono verificarsi brevi ma intense precipitazioni invernali, capaci di rendere percorribile quella superficie che nei mesi caldi ha la consistenza del borotalco.
Con la Toyota 4×4 della guida in testa al gruppo, le 2CV si allargano a ventaglio sul filo dei 70 km/h, e la carovana procede quasi come sull’asfalto. Bisogna solamente prestare molta attenzione alla cunette che si presentano improvvise davanti alle ruote e possono causare sollecitazioni che le nostre auto non sarebbero in grado di sopportare.
L’umore e l’eccitazione per ciò che stiamo vivendo è ai massimi livelli, mentre ci scambiamo impressioni sulle onde delle radio ricetrasmittenti di bordo.
A bucare il primo pneumatico è la Toyota della guida, ma il problema viene risolto senza neanche smontare la ruota perché il foro viene subito individuato ed è sufficiente un kit di riparazione tubeless per riprendere la corsa in capo a un quarto d’ora.
Tuttavia prima del tramonto faremo ricorso un paio di volte alle ruote di scorta delle nostre 2CV, in un caso per una grossa spina conficcata nella spalla di uno pneumatico, nell’altro per un ampio e irreparabile squarcio provocato dall’urto con una pietra.

È buio da pochi minuti quando troviamo un luogo per il nostro bivacco, nei pressi di alcune dunette che ci proteggono dal vento della notte. Accendiamo un fuoco da campo con la legna che ci eravamo procurata al mattino nell’ultimo villaggio e, come da copione, sopra di noi si apre un cielo di stelle africane.

La giornata successiva sarà molto più dura, soprattutto per i mezzi meccanici. Infatti il deserto non è tanto e non è solo una distesa piatta che si perde all’orizzonte così come vuole l’immaginario collettivo; molto più spesso si presenta sotto forma di una sconfinata pietraia che mette a dura prova pneumatici, telai, sospensioni e… pazienza dei viaggiatori sahariani.
Per quanto siano suggestivi i paesaggi della seconda tappa, che si sviluppa in un contesto di alture di roccia scura stratificata, continuiamo a sperare che all’apice di ogni salita ci attenda un pianoro levigato che metta fine a quelle vibrazioni intollerabili per noi e per le nostre auto. Ma non è così, anzi le pendenze si fanno sempre più dure e il fondo più dissestato, veramente ai limiti della percorribilità per veicoli dotati di due sole ruote motrici.

Giunti intorno agli 800 metri di quota, la pista punta rapidamente a valle con alcuni passaggi stretti e un fondo a larghi gradoni di roccia impossibili da ripercorrere in direzione opposta se un qualsiasi ostacolo o una curva più stretta delle altre ci impedisse di procedere. Un’eccellente prova di guida, a cui tutti gli equipaggi fanno fronte senza farsi prendere dallo sconforto e mantenendo un’ammirabile freddezza.
Arrivati a valle la tensione si dissolve, però l’infame pietraia durerà ancora a lungo, fino allo sbocco in un idilliaco palmeto. È stata necessaria un’intera giornata per percorrere i 140 chilometri di pista prevista dal nostro quaderno di viaggio, ora non ci resta che un’ora di asfalto per raggiungere la cittadina di Zagora dove ci attende una giornata di riposo.

La pausa serve a rigenerare uomini e mezzi. È quasi l’ora di pranzo quando, dopo una doccia non propriamente bollente ma comunque ristoratrice, ci dirigiamo verso il Garage Iriki dell’amico Aziz che ci accoglie col sorriso e il calore di sempre.

Da queste parti sei sempre il benvenuto, anche quando ti presenti senza appuntamento e chiedi di controllare una mezza dozzina di auto per rimediare a qualche magagna causata dal deserto. È così che, sorseggiando un tè alla menta preparato dai ragazzi dell’officina, s’ingrassano giunti omocinetici, si soffiano filtri dell’aria intasati dalla polvere, si riparano pneumatici, si ricolloca nella sua sede un perno fuso che le sollecitazioni della pista avevano danneggiato.
L’Ami 8 viene addirittura ricoverata per la verniciatura di due parafanghi bisognosi di una “rinfrescata”. Sarà pronta nel tardo pomeriggio, anche in questo caso senza appuntamento e alle “amichevoli” tariffe delle officine locali.
Domani riprenderemo la strada.

Inviato da Bruno Pelligra