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SOTTO A CHI TOCCA!

Ancor prima della partenza, e senza averlo confessato nemmeno a noi stessi, eravamo consapevoli che quello in Mauritania sarebbe stato il nostro ultimo viaggio di gruppo: gli anni trascorrono velocemente, e anche se resta immutato lo spirito che ci ha spinto a condividere  polvere e sabbia con gli amici del gruppo 2CV Caravan Petrol, non vorremmo che la nostra presenza diventasse d’impedimento a chi tante volte ci ha offerto compagnia e incondizionata fiducia.
Il dato anagrafico, insieme nostro punto di forza e elemento di vulnerabilità, ci suggerisce di cambiare marcia e di mettere a frutto il bene maggiore di cui oggi disponiamo: il tempo.
Il proposito è quello di continuare a battere le piste più accidentate guardandoci intorno con rinnovata curiosità e bevendo il tè dallo stesso bicchiere di chi vorrà aprirci la sua casa ed il suo cuore senza pregiudizi. Ma vorremmo farlo con più lentezza, dimentichi del calendario eppur consapevoli che la nostra scelta comporterà la dolorosa rinuncia ai compagni d’avventura, e che la risorsa più invidiabile di cui oggi disponiamo in abbondanza non è essa stessa inesauribile.

Ci piacerebbe anche che non venisse disperso un patrimonio di legami, esperienze e competenze accumulate nell’ultimo decennio, e quindi auspichiamo che qualcuno raccolga il testimone di una bella storia che volge alla sua naturale conclusione. Parafrasando il titolo del più famoso manuale per giramondo in 2CV, vogliamo credere che “Ici continue l’aventure”, qui e subito, per dare un seguito all’utopia nata in quell’epoca in cui il mondo si offriva senza confini davanti a un’utilitaria che, a dispetto del suo aspetto goffo, combinava sapientemente genialità progettuale, spirito anticonformista e sete di conoscenza. Un sogno che noi, nel nostro piccolo, abbiamo cercato di alimentare rifuggendo ogni rigurgito nostalgico.
Insomma, cari amici, vi giunga il nostro invito ad allacciare le cinture e girare la chiavetta una volta di più, ma da domani… sotto a chi tocca!

Bruno e Gabriella

Mauritania express 2015 2cv
Itinerario MRT

 

CONTROVENTO

Quello che si è appena concluso è stato un viaggio entusiasmante e faticoso per gli uomini e per le auto, lungo migliaia di chilometri contro un vento impetuoso che imponeva medie da passeggiata domenicale. Non ci siamo risparmiati piste martoriate dalla tôle ondulée che squassava i telai e squadrava le ruote, e come nella più ricorrente iconografia africana, ci siamo tuffati nella sabbia mutevole all’istante per forma, consistenza, colore, quasi un ammaliante abbraccio al quale è difficile sottrarsi mentre il motore viene soffocato da una forza magnetica che pare scaturire dal centro della Terra. È una battaglia dall’esito scontato, in cui al perdente predestinato non restano che poche strategie di ripiego: liberare le ruote dalla morsa, posizionare sotto di esse le piastre e sollecitare la generosità dei compagni per una spinta che aiuti a riprendere velocità fino alla successiva sosta obbligata; ovviamente a condizione che anche loro non si trovino in un’analoga quanto scomoda situazione.
Insomma, questo Mauritania Express è stato condito con tutti gli ingredienti più saporiti di ogni impresa africana degna di questo nome: sudore, tempeste di vento, sassi aguzzi e piste scassamacchine, ma anche musica e balli, occhi e sorrisi come diamanti su volti neri come pece, tè forte e profumato di caramello che si accompagnava al rito del mercanteggiamento…
Infine è arrivata la  piegatura di un telaio, rimediata con l’inventiva dei “meccanici” del gruppo e la buona volontà di uno stregone locale che disponeva solo di un cannello ad acetilene e neppure un cric per sollevare il mezzo infortunato.

Per rendere conto di com’è andato il Mauritania Express, potremmo ricorrere a un diario che esponga l’itinerario giorno dopo giorno, che ricordi i numerosi incontri, i luoghi visitati, i momenti di scoramento e quelli di gioia che si sono succeduti nel nostro faticoso incedere. Ma un’esposizione analitica non renderebbe giustizia a quel succedersi di emozioni, talvolta contrastanti, che hanno finito per sedimentarsi nella nostra memoria di viaggiatori bicilindrici e che muteranno, per tutto il tempo a venire, la percezione stessa del mondo che ci circonda.
Ci limitiamo quindi ad alcune note sparse che chiunque potrà leggere nella sequenza che preferisce, smontando e riassemblandone i pezzi  per configurarla a piacimento, proprio come una 2CV si adatta alle esigenze, ai gusti, alle scelte esistenziali di chi la possiede e ne fa strumento d’interpretazione del mondo.

 

LE AUTO E I PARTECIPANTI

I 6 equipaggi del Mauritania Express, ognuno composto da due persone, hanno viaggiato a bordo di furgonette Acadiane e berline 2CV allestite per pernottare all’interno dell’abitacolo nei campeggi e in occasione dei campi liberi.
Il maggiore volume delle prime ha comportato un loro vantaggio in termini di comfort abitativo ma anche una scontata penalizzazione sui percorsi sabbiosi, dove le berline hanno potuto contare sulla leggerezza. Tuttavia il peso non è stato il solo elemento determinante della motricità, che era visibilmente influenzata dalla distribuzione del carico.
Tutti i mezzi disponevano di due pneumatici di scorta, di protezioni del sottoscocca e di riserve aggiuntive di carburante in serbatoi supplementari o taniche; questa precauzione si è dimostrata provvidenziale perché nel sud del Marocco e in Mauritania le stazioni di servizio non vengono approvvigionate con regolarità.
Il sistema di alimentazione era dotato di un apposito filtro, e grazie ad esso non si sono riscontrati particolari problemi nemmeno quando il rifornimento è stato effettuato travasando vetuste taniche di benzina acquistate al mercato nero. In questi casi il prezzo di vendita era più alto di quello ufficiale, mentre normalmente, in Marocco come in Mauritania, la benzina superava di poco un euro al litro. Ai territori del Sahara Occidentale va il record del prezzo più basso alla pompa, circa 0,6 euro.

Il gruppo dei raiders era molto variegato per età ed esperienza, ma  si è rivelato una combinazione eccellente quanto a competenze, solidarietà, disponibilità verso i compagni di viaggio e attitudine ai contatti con la gente del luogo. Anche nei momenti più difficili il sorriso non ha mai lasciato il posto a intemperanze o nervosismo, e si è dimostrato fuori dal comune lo spirito d’adattamento di chi ha dovuto fare i conti per la prima volta con servizi igienici al limite della praticabilità, docce dalla disponibilità aleatoria, pietanze sui cui ingredienti era preferibile non indagare (un chiodo rinvenuto in un’omelette può essere esemplificativo a questo proposito).
Per cultura e apertura mentale tutti i partecipanti al Mauritania Express hanno saputo apprezzare la semplicità e l’accoglienza di chi mette a disposizione dell’ospite in transito quel poco di cui dispone.
È stato anche un gruppo autodisciplinato oltre ogni aspettativa, pronto a mettersi in marcia ogni mattina all’ora concordata che, in qualche caso, anticipava l’alba. E tutto senza forzature o la necessità di regole militaresche.

 

IL TRASFERIMENTO

Per raggiungere la Mauritania e ritornare in Italia, quando tutto va bene, sono necessari oltre 4 giorni di navigazione e un interminabile trasferimento stradale lungo il Marocco, da Tangeri all’estremo sud del Sahara Occidentale e ritorno, un percorso di circa 4800 km. durante il quale le cime selvagge dell’Atlante lasciano gradualmente posto alle dune che a tratti invadono l’asfalto.
A condizione di non essere sollecitati dal calendario, sarebbe un memorabile viaggio nel viaggio anche questo, nel quale la dolce monotonia dei rettilinei e del motore in quarta marcia viene interrotta solo dall’esuberante bellezza della laguna di Dakhla, dall’incontro con qualche motociclista sulla via del Senegal e dai frequenti controlli della gendarmeria locale che con discrezione traccia il passaggio dello straniero.
Al ritorno, come in una moviola che riavvolge una pellicola già vista, si lasceranno alle spalle mandrie di quadrupedi gibbosi al pascolo, spiagge a perdita d’occhio e vecchie Mercedes fumose per ritrovare i simboli di un benessere in gran parte illusorio ma universalmente ambito: automobili sportive, edilizia fuori controllo, centri commerciali. Da Casablanca in su è già Europa.
Tra i due lunghissimi trasferimenti c’è stata la nostra Mauritania, con i chilometri più duri e entusiasmanti che ci ha riservato questo pezzo di Africa vera. Ritornati a casa il totalizzatore segnerà +7000, tutti spesi con la consapevolezza che le cicatrici sul corpo delle nostre auto valgono bene i segni indelebili che riportiamo nell’animo.

 

CONTROLLI DI POLIZIA

Avevamo predisposto una settantina di fascicoli con i dati identificativi degli equipaggi, una voluminosa raccolta di fiches contenenti informazioni anagrafiche, copie dei passaporti, targhe e numeri di telaio dei mezzi. Insomma tutto ciò che le pattuglie ci avrebbero richiesto per annotare, tra un sorriso e un augurio di bonne route, il nostro incedere verso il sud del mondo.
Nonostante la mole dei dossier predisposti a questo scopo, abbiamo dovuto ricorrere a fotocopie aggiuntive perché a fine viaggio i controlli sarebbero stati quasi un centinaio. Ciò potrebbe ingenerare la sensazione di una militarizzazione del territorio ma, a parte il protrarsi dei tempi di percorrenza, la cordialità della gendarmerie locale finisce più col rassicurare che creare ansia o disagio.
Purtroppo non tutti gli agenti si sono dimostrati corretti, e se è stata sgominata l’organizzazione che imponeva il pagamento di misere tangenti nei pressi della famigerata rotonda di Tan Tan (noi stessi, come molti altri, c’incappammo anni addietro), a estorcerci un obolo illegittimo sulla tangenziale di Rabat è stato un agente-canaglia che pretendeva una settantina di euro per una infrazione  mai commessa. A confermare la sua cattiva fede è stato il “patteggiamento” dell’ammenda iniziale e il successivo rifiuto a rilasciare un regolare documento di quietanza. Uno sgradevole episodio che comunque non compromette l’immagine di professionalità e correttezza della stragrande maggioranza degli operatori della strada.

Barrage

 

FRONTIERE D’AFRICA

Alla conclusione di un pomeriggio caldo e rossastro arriviamo alla frontiera mauritana, che aprirà il suo varco solo al mattino successivo. Ci mettiamo in coda, accettando una scansione rallentata del tempo alla quale ci stiamo gradualmente assuefacendo senza neanche un tentativo di ribellione o una velleitaria reazione di rifiuto.
Se tutto andrà come ci viene preannunciato, alle 9 del mattino successivo si alzerà la sbarra, dando il via libera alla trentina di mezzi che ci precedono, in massima parte camion dalla targa incomprensibile e malconce berline abitate da famiglie che non possono permettersi di alloggiare nel vicino e scalcinato Hotel de Frontière. Solo dopo il loro passaggio arriverà il turno nostro e dei tanti che durante la notte avranno allungato la fila.
L’euforia di avere guadagnato l’agognata meta contrasta con una realtà di degrado ambientale tipica di tanti luoghi di confine, e in modo particolare delle frontiere africane: il vento crea vortici di sabbia e solleva sacchetti di plastica che volteggiano in aria come effimere mongolfiere, chiazze di fanghiglia testimoniano il tentativo di combattere la polvere in sospensione con getti d’acqua di dubbia efficacia, mentre l’olfatto mescola gas di scarico e fumi pungenti di chi propone pecora alla brace a quella comunità estemporanea in attesa di transumare. Come sottofondo, prima di sprofondare nel sonno dentro il nostro guscio di lamiera ondulata, ci giungono voci incomprensibili e il fragore delle bottiglie di plastica schiacciate sotto le ruote di chi si guadagna un posto in coda.

 

BUONGIORNO MAURITANIA!

A contrastare il ricordo di questo girone, che sarebbe ingeneroso definire infernale solo perché lascia sperare in una pena a termine, provvedono le impeccabili divise e la cordialità delle guardie di confine che, con il sole già alto, c’indirizzano nelle interminabili formalità burocratiche: una mole d’informazioni su di noi e sulle nostre vetture che nessuno si curerà mai di spulciare ma che vengono immagazzinate in un vecchio computer e ordinatamente trascritte sulle pagine a quadretti di un librone.
Alla fine, tra uscita dal Marocco e ingresso in Mauritania, ci saranno di mezzo quasi un’intera giornata e il temuto attraversamento della Terra di Nessuno.
Buongiorno Mauritania! O, considerata l’ora tarda, sarebbe più appropriato dire buonasera?

LA TERRA DI NESSUNO

È una striscia di territorio larga circa 5 km. sulla quale i due Paesi che si affacciano  su di essa non hanno pertinenza, un non-Stato che si vorrebbe superare il più rapidamente possibile, in cui non vigono leggi né autorità e nel quale chiunque sia dotato di spirito di autoconservazione non vorrebbe trascorrere la notte. È un cimitero di auto arrivate in quel luogo non si sa come e perché, un ammasso rottami, pneumatici e ciò che  resta di vecchi televisori da scansare percorrendo la traccia segnata dall’andirivieni tra le due frontiere. Uno scenario da “day after” insomma, ai margini del quale lucrano oscuri personaggi che agitano mazzette di banconote come invito al cambio illegale o che si offrono di accompagnare il turista paventando l’incontro con una delle mine che costituiscono l’eredità di una guerra rimasta in sospeso come il destino dei territori contesi del Sahara Occidentale.
In realtà, per chi non si azzarda a uscire dai percorsi battuti, il pericolo maggiore è quello di danneggiare il fondo dell’auto contro uno spuntone di roccia ma, prendendo le cautele del caso, l’attraversamento della Terra di Nessuno si risolve senza problemi in una ventina di minuti.

UN VALORE AGGIUNTO

Preannunciati da qualche SMS, appena oltre quello scenario bellico, ci attendono il capogruppo Fabrizio e Alfredo “le professeur” a bordo di una poderosa Toyota 4×4 che ci farà da apripista e da veicolo d’appoggio (la sua funzione più ricorrente sarà quella di trarci d’impaccio in caso d’insabbiamento). In loro compagnia ci sono Sidi, un esperto conoscitore delle pratiche doganali, e la guida indigena Cheka che, grazie alla lunga esperienza di conducente di taxi-brousse, ha disegnato nella sua memoria una rete di piste e relazioni con la gente del luogo tra cui ci muoveremo nei giorni successivi.
Ovviamente siamo ben dotati di mappe cartacee ed elettroniche, ma crediamo che il ricorso a una guida locale costituisca un valore aggiunto al viaggio, un lasciapassare per situazioni altrimenti precluse al normale visitatore: una festa tra i giovani di un’oasi, una cena in famiglia nel ruolo di ospiti d’onore, le visite a nuclei nomadi che forse non avremmo avvicinato… Tutto ciò sarebbe ben presto diventato realtà proprio in virtù di Cheka; ma da lui, abituato alla prestanza dei veicoli a trazione integrale, non avremmo dovuto attenderci che conoscesse i limiti delle nostre nonnette a due ruote motrici. Di ciò avremmo risentito, confrontandoci con percorsi spettacolari ma troppo duri per i mezzi di cui disponevamo.

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SUL TRENO PIÙ LUNGO DEL MONDO

Il cosiddetto “treno del ferro” è un convoglio che può raggiungere la lunghezza di 2,5 km. e percorre la strada ferrata a binario unico che collega le miniere del deserto mauritano allo scalo marino della coloniale Port Etienne, oggi ribattezzata Nouadhibou. La sua importanza per l’economia nazionale è tale da essere riprodotto sulle banconote da 5000 ouguiya.

Banconota

È su quei vagoni che c’imbarcheremo a bordo delle nostre 2CV per essere scaricati, dopo un tempo imprecisato e un viaggio alla vertiginosa velocità massima di 60 km/h (rilevata a GPS), nel villaggio di baracche e fango segnato sulle carte col nome di Choum.
La sera prima della partenza il direttore della ferrovia in persona ci onora della sua visita in campeggio raccomandandosi di presentarci in stazione alle 8 del mattino successivo.
Ci presentiamo puntuali all’appuntamento, ma una volta di più dovremo fare i conti con l’orologio africano che sembra girare più pigramente di quello universalmente condiviso. Secondo quanto ci è stato comunicato dovremmo metterci in movimento alle 3 del pomeriggio, ma quando le nostre auto (con noi al loro interno) saranno state assicurate con filo di ferro, pesanti traversine e lunghi chiodi, solo allora si scoprirà che il carrello di una delle piattaforme che ci ospitano è bisognoso di riparazioni urgenti.
Interviene prontamente una gigantesca gru che solleva di alcune decine di centimetri il vagone incriminato; purtroppo, quando l’intervento si conclude è già pomeriggio e il treno ci ha abbandonato al nostro destino su un binario morto. Bisognerà attendere il convoglio successivo che si muoverà dopo il tramonto.
A conti fatti sono state necessarie una dozzina d’ore per lasciare la stazione e ne occorreranno ancora di più per giungere alla meta… ma sarebbe vano prendersela e imprecare: c’est l’Afrique!

 

Sarà stato a causa dell’intervento tecnico estemporaneo o per gli scuotimenti di un tracciato concepito in funzione del trasporto di materiale minerario (i rari passeggeri indigeni viaggiano sull’unica e consunta vettura in fondo al convoglio) ma ricorderemo quella notte con un misto di ansia, divertimento, sonni agitati e consapevolezza di aver vissuto un’esperienza irripetibile.
Quando l’alba illumina il deserto mauritano lo spettacolo è superbo. Sganciate a ridosso di una rampa in terra battuta le piattaforme che ci avevano trasportato fin lì, finalmente prendiamo contatto con la distesa di sabbia rossastra e roccia scura che ci attende.
Benvenuti nel Sahara!

 

 

I BAMBINI DEL DESERTO

Non facciamo in tempo a toccare terra che il moncone sopravvissuto del treno più lungo del mondo viene circondato da una moltitudine di bambini; qualcuno ci propone di acquistare una forma di pane per 100 ouguiya, la valuta locale così esuberante di zeri che la più misera delle richieste in denaro suona eccessiva. Poi, ben presto, l’offerta dell’umile bene si trasforma in richiesta petulante di cadeaux, le regalie di cui presuppongono che il ricco turista sia dotato in gran quantità.
Un tentativo di distribuzione scatena una mezza rissa nella quale i prepotenti prevalgono sugli indifesi, fino a che la provvidenziale comparsa di un pallone stempera la tensione e inizia qualche scambio tra la formazione ridotta del Caravan Petrol Footbal Club e un’improvvisata squadra locale che pare rinnovare la sfida calcistica del film di Salvatores. Se un pallone può infuocare gli animi, questa è la prova che talvolta serve a rasserenarli.

Non è cosa facile rapportarsi correttamente con chi possiede poco o nulla senza innescare meccanismi di accattonaggio.
In quel momento abbiamo deciso che i beni che ci erano stati affidati dall’organizzazione umanitaria Bambini nel Deserto li avremmo consegnati solo nelle mani di adulti in grado di farne un utilizzo responsabile. È quanto sarebbe accaduto nei giorni successivi, recapitando materiale didattico in piccoli istituti scolastici e capi di vestiario nelle mani di famiglie bisognose o di nuclei nomadi presso cui siamo stati introdotti dalla nostra guida.
Questi piccoli gesti hanno contribuito a farci riflettere sulle disparità sociali e ad attribuire una valenza solidale al nostro girovagare citronico.

 

 

INCONTRI

Non eravamo i soli a portare la testimonianza solidale di Bambini nel Deserto. Ancor prima di noi era partito Marco, un motociclista veneto diretto in Senegal, che aveva trovato il modo di caricare a bordo del suo mezzo alcuni beni e un dispositivo GPS in grado di tracciare in rete i suoi spostamenti.
Dopo uno scambio di SMS, quando i nostri percorsi si sono incrociati nei pressi di Dakhla, abbiamo organizzato un rendez-vous che ci ha mostrato le molteplici facce che possono assumere il viaggio e la solidarietà.
Un altro incontro con un biker è quello avvenuto a bordo della nave che collega Livorno con Tangeri: le lunghe giornate di navigazione favoriscono lo scambio di esperienze e abbiamo cominciato a chiacchierare con Vittorio, uno studioso di scienze naturali che, a bordo di una moto del tutto inadatta, si stava recando a visitare il parco naturale alla foce del fiume Senegal. Durante il tour ci saremmo ancora incontrati, per ritrovarci infine sulla tratta marittima di ritorno verso l’Italia e raccontarci quanto ci aveva riservato il viaggio.
Infine vogliamo ricordare una coppia di olandesi che si spostava a bordo di un datato ma efficiente veicolo 4×4 di origine militare e che aveva programmato una permanenza di almeno due mesi nel continente africano. Anche loro in gioventù avevano posseduto una Dyane, e non è stato un caso che ci abbiano avvicinato.

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LA MAURITANIA È SICURA?

È la domanda che ci è stata rivolta più frequentemente prima della partenza.
A leggere gli allerta del nostro Ministero degli Esteri passerebbe a chiunque la voglia di trascorrere un weekend anche nella pacifica Repubblica di San Marino; immaginiamoci quali scenari di guerra e di terrore è in grado di evocare il nome di uno Stato islamico!
In realtà, evitando la fascia a ridosso col Mali, le zone che più interessano il viaggiatore sono assolutamente tranquille, e in nessun momento abbiamo avuto sentore di pericoli o tensioni. Spesso i bambini salutano sorridenti e gli abitanti dei villaggi si avvicinano per augurare il benvenuto, facendo sentire il visitatore un ospite gradito della loro comunità.
L’impatto è più duro nelle città che abbiamo toccato marginalmente, come la capitale Nouakchott o Nouadhibou, dove dilagano disordine e sporcizia; tuttavia anche lì ci sono state rivolte frasi di benvenuto da chi, con tutta evidenza, non ha perso il senso dell’ospitalità pur vivendo in un contesto degradato.

La Mauritania è uno degli stati più poveri del Sahel e aspira con dignità a un benessere che non vorremmo diventasse corsa al consumismo.
Nelle botteghe di capoluoghi regionali come Atar non si trova il superfluo, ma non manca nemmeno l’essenziale: frutta e verdura importate dal vicino Marocco, olio, latte, saponette, biscotti, gli immancabili formaggini del bovino sghignazzante e, tributo più evidente ai Paesi cosiddetti avanzati, la Tops Cola, declinazione in chiave africana della bevanda che più s’identifica con la società opulenta.
Senza sottovalutare la stratificazione sociale che vede una élite di benestanti prevalere sulle popolazioni nere immigrate dal vicino Senegal e dall’Africa centrale (la schiavitù è stata formalmente abolita solo nel 1980), talvolta sembra di essere tornati ai nostri anni Cinquanta, allorché la qualità dei rapporti prevaleva sull’arrivismo sociale e il controllo diffuso della comunità vegliava sulla sicurezza collettiva. Per quanto ci riguarda, ci siamo sentiti più tranquilli passeggiando per le viuzze di un villaggio rischiarato dalle stelle che nel centro delle nostre megalopoli sfavillanti d’insegne.

 

 

MAURITANIA “VERDE”

I sacchetti di plastica trasportati dal vento, si fissano per decenni ad alberi e siepi e danneggiano il paesaggio di tante nazioni africane poco attente alle problematiche ecologiche.
Per proteggere il proprio ambiente naturale e la vita degli animali, la Mauritania ha vietato l’uso di borse di plastica che nella sola capitale causano la morte del 70% di capre, pecore, dromedari e asini che le ingeriscono ma non riescono a digerirle.
Tuttavia, anche se la legge prevede una pena detentiva fino a un anno di prigione per chi le produce, non sempre essa viene rispettata, ma i proclami legislativi affermano principi che sono un esempio da seguire.

 

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CAMERE CON VISTA… E TV

Una delle condizioni per prendere parte al Mauritania Express era che l’auto fosse attrezzata per dormire al suo interno, senza che a fine giornata fosse necessario fare capo a un albergo o montare una tenda da campeggio.
Ciò si è rivelato utile nelle notti trascorse in frontiera, nei numerosi campi liberi e durante la lunga tratta in treno.
In Mauritania è quasi impossibile trovare strutture ricettive di medio livello, poiché si passa da infime stamberghe a lussuosi hotel per chi non ha limiti di spesa, una categoria di persone che si trova in ogni parte del mondo.
I campeggi sono invece diffusi e aperti anche nella stagione invernale. Ce ne siamo serviti frequentemente in cambio di pochi euro. Spesso dispongono di servizi essenziali, quasi sempre di una grande tenda sotto cui preparare e consumare i pasti nelle giornate più ventose, scambiarsi storie di viaggio e, a sera, addormentarsi nel sacco a pelo.
Qualche campeggio ci è rimasto impresso per la povertà delle sue dotazioni, poco più di un muro di cinta e alcune latrine, altri per la calorosa accoglienza ricevuta. Tra questi ultimi ricordiamo il Camping Villa Bens di Tarfaya, alle porte del Sahara Occidentale, gestito da una coppia di simpatici ragazzi, lui toscano e lei marocchina.
Nella cittadina mauritana di Atar c’è un’altra struttura ricettiva, il Camping Bab Sahara, che un olandese appassionato di 2CV (fino a qualche anno fa le noleggiava per i giri nel deserto) ha reso un irrinunciabile porto d’attracco per i navigatori delle sabbie sahariane.
A Chinguetti, antico centro carovaniero e sede di famose biblioteche che conservano preziosi manoscritti, ad accogliere i viaggiatori è la Maison Ouarane, una casa-albergo che il suo proprietario italiano ha concepito come una sorta di caravanserraglio per chi transita nella regione. In realtà del ricovero disordinato e confuso per gli animali la Maison non ha che la funzione di punto di raccolta per viandanti sahariani, perché è una struttura ricettiva di sobria e raffinata bellezza.

Passeggiando per le strade di Chinguetti siamo stati avvicinati da una troupe della TV locale che ci ha regalato i nostri 5 minuti di celebrità e che ci ha fatto sentire una volta di più ospiti d’onore di questo grande Paese.

 

FIRST AID

In osservanza alla legge del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, il bilancio meccanico di quest’ultima avventura del Caravan Petrol può essere variamente valutato. Gli inconvenienti in cui siamo incorsi sono in ogni caso proporzionati alla distanza percorsa e alla difficoltà dell’itinerario; ogni problema è stato risolto ricorrendo alla dotazione di ricambi in nostro possesso, nonché alla competenza e all’inventiva degli esperti del gruppo.
Del resto non si sarebbe potuto fare diversamente, perché le poche officine locali ci avrebbero invidiato la stessa attrezzatura di cui disponevamo, per non dire che i ricambisti disponevano per lo più di pezzi recuperati da vecchie berline tedesche o fuoristrada importate dall’oriente.
Gli pneumatici hanno molto sofferto delle condizioni delle piste: se l’asfalto era pressoché perfetto in Marocco e nei trasferimenti in Mauritania, i percorsi secondari presentavano una profonda tôle ondulée e un fondo cosparso di sassi che in appena due giorni hanno messo fuori uso una dozzina di ruote.
Le vibrazioni della tôle ondulée hanno causato la perdita di due gruppi ottici, uno dei quali del tipo rettangolare, non rimpiazzato perché disponevamo solo di quelli rotondi per 2CV e Dyane.
Altri problemi minori sono stati l’allentamento dei condotti  dell’olio in una 2CV e la rottura della ventola di raffreddamento in una Acadiane; sostituite anche una bobina e una serie di guarnizioni dei freni a disco.
Citando appena i malfunzionamenti causati dalla sabbia a serrature, blocchetti e motorini d’avviamento, le preoccupazioni maggiori sono state provocate dal cedimento di due telai, il primo rimediato con alcuni cordoni di saldatura; il più grave, quello in cui è incorso l’Acadiane “FURGO!”, ha comportato una parziale revisione dei tempi e del percorso. La vettura, che alla conclusione del tour avrebbe dovuto compiere un itinerario aggiuntivo in Marocco, è rientrata in Italia con la carovana per non sollecitare ulteriormente la parte danneggiata.

 

 

IL LUNGO VIAGGIO IN BREVE

Durata: 27 giorni
Percorrenza totale: km 6873
Percorrenza giornaliera effettiva: km 312
Consumo benzina totale: lt 558
Consumo medio: 12,3 km/lt
Controlli di polizia (barrage): 88
Pernottamenti: 4 in nave, 11 in campeggio, 11 campi liberi

RISORSE

Fabrizio Rovella dell’agenzia Sahara Mon Amour, a cui ci eravamo già rivolti per un precedente viaggio in Algeria, ha predisposto per noi il disbrigo delle pratiche doganali per l’entrata in Mauritania e la successiva uscita dal Paese, riducendo così i tempi d’attesa alla frontiera. Inoltre ci ha procurato una guida locale accompagnandoci per tutta la durata del tour e traendoci pazientemente d’impaccio con la sua Toyota 4×4 quando le spinte dei compagni di viaggio non erano sufficienti a superare i tratti sabbiosi più lunghi.
Correttezza e professionalità ormai sperimentate, oltre un consolidato rapporto d’amicizia, c’inducono a suggerire l’agenzia di Fabrizio come la migliore risorsa per chi voglia organizzare un raid in 2CV.
Info: www.saharamonamour.com

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Nel corso della lunga discesa in terra marocchina, poco prima della cittadina di Tarfaya, abbiamo fatto tappa al Camping Villa Bens, una struttura tutt’ora in via di completamento divisa dall’oceano Atlantico solo dalla strada nazionale 1 che scende fino al confine mauritano. L’accoglienza di Giampiero e Bouchra, lui italiano e lei nativa del posto, è stata quanto di più caloroso ci potessimo attendere. I due giovani hanno vissuto in Toscana fino a quando la crisi economica non li ha spinti ad avviare questa attività alla quale auguriamo la migliore fortuna. Un riferimento sicuro per chi si troverà a transitare da quelle parti.
Info: www.campingvillabens.com

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Nella cittadina mauritana di Adrar il Camping Bab-Sahara costituisce un luogo di ritrovo per tutti i viaggiatori sahariani. L’ambientazione è curata e i servizi sono superiori alla media dei campeggi locali; dispone anche di connessione Wi-Fi.
Il proprietario olandese, che parla molto bene numerose lingue fra cui l’italiano, è una provvidenziale fonte d’informazioni riguardanti lo stato delle piste e, a richiesta, organizza escursioni nel deserto. Fino a qualche anno fa, disponeva di quattro 2CV bimotore, da lui personalmente assemblate, da noleggiare per le esplorazioni dei dintorni; dopo averle vendute in Francia e in Marocco, l’unica 2CV in cui ci siamo imbattuti in Mauritania è proprio la sua, una comunissima Spécial parcheggiata nell’angolo più tranquillo e ombreggiato del campeggio.
Info: www.bab-sahara.com

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Della Maison Ouarane a Chinguetti abbiamo già detto. Dispone di alcune stanze, di una cucina a disposizione degli ospiti e di uno spazio all’aperto in cui si può pernottare usufruendo dei servizi.
La Maison rappresenta la realizzazione del sogno coltivato dal suo proprietario italiano di dare vita a un luogo di sosta e d’incontro per i sahariani che potranno condividere informazioni e progetti di viaggio. Dell’architettura locale ha le forme e l’utilizzo intensivo della pietra naturale, con arredi essenziali in legno di palma.
Info: www.ouarane.com

 

La ONG ONLUS Bambini nel Deserto è nata nel 2000 con lo scopo di migliorare le condizioni di vita dei bambini nel Sahara e nel Sahel.
Fino ad oggi ha realizzato circa 350 progetti in sei settori d’intervento: acqua, cibo e autonomia alimentare, sanità, istruzione e infanzia, sviluppo economico, migrazioni.
Si può collaborare con l’organizzazione anche recapitando nei villaggi africani materiale didattico, vestiario e kit di primo soccorso medico che vengono forniti gratuitamente dalla sede modenese.
È quanto abbiamo fatto nel corso del nostro viaggio, che si aggiunge ad analoghi interventi compiuti in precedenti spedizioni.
Info: www.bambinineldeserto.org

RIQUADRI

NON È VERO MA CI CREDO

Un rumore cristallino e in un attimo quel rettangolo di 7 centimetri x 5 si frammenta in tanti pezzetti di forme irregolari, ognuno dei quali riflette un particolare del bagno della cabina 718, motonave Icarus Palace con destinazione Tangeri.
Quello specchietto ha scelto il momento meno opportuno per porre termine alla sua vita e alla sua funzione.
Come farò senza esso a dare un po’ d’ordine e un tocco di civetteria al mio viso segnato dagli anni e dalla stanchezza?
Ma soprattutto, perché è accaduto proprio all’inizio del viaggio quando la voglia di partire non scaccia una certa inquietudine per l’ignoto a cui si va incontro?
E così, le mie origini napoletane mi si palesano all’improvviso, facendomi attribuire all’accaduto un sinistro significato. “No, – reagisco –  è solo stupida superstizione, roba da medioevo!”
Sarà! Ma che dire dell’olio sul pavimento di casa sul quale sono scivolata prima della partenza? Per non menzionare quel gatto nero che mi ha tagliato la strada beffardamente, e la scala sotto la quale…
No, basta, che pensieri insensati!
Saranno anche irrazionali ma, riflettendoci, non del tutto infondati; altrimenti per quale motivo il telaio dell’auto avrebbe ceduto da lì a pochi giorni? Non è mai accaduto nei precedenti viaggi, nei quali la nostra Acadiane si è sempre distinta per l’ottima resistenza.
E allora mi chiedo: se la prossima volta appendessi allo specchietto retrovisore un bel cornetto rosso, il Capitano approverebbe?

G.

LA CONGIURA DEI MOTORI

Che quel viaggio non sarebbe stato una tranquilla passeggiata lo sapevo già prima della partenza, ma ero stupita di come i nostri compagni riuscissero a conciliare, senza manifestare alcuna sofferenza, le loro esigenze fisiologiche con i tempi imposti dai lunghi trasferimenti.
Il risveglio, in particolare, è stato per me il momento di maggiore stress. A parte la colazione e una rinfrescatina per affrontare la giornata con un po’ di energia e un corpo non maleodorante, ciò di cui avevo bisogno era soprattutto il tempo necessario per tutto il resto (e se avete un minimo di intuito attribuirete l’esatto significato al termine resto).
Così avevo deciso di anticipare di giorno in giorno la sveglia, per cercare di assecondare i miei ritmi biologici.
Risultato? Solo due occhi gonfi per un sonno interrotto precocemente e una imprecazione soffocata quando l’accensione dei motori sembrava dirmi: “Pronta? Si parte!”
Stanca per le inutili alzatacce, avevo escogitato una nuova strategia: per dedicare qualche momento alla riflessione – e a qualcos’altro – dovevo approfittare delle soste del gruppo. Tutto vano! La congiura dei motori era sempre in agguato e, nel momento meno opportuno, l’esortazione del Capitano a riprendere il cammino troncava sul nascere ogni mia velleità.

G.

È QUI LA FESTA?

È QUI LA FESTA?

La notizia arriva alle 5 pomeridiane del 31 dicembre: la nostra guida ci invita ad una festa.
Accettiamo con l’umore alle stelle.
Ora dell’appuntamento: 21. Luogo: una grande tenda mauritana al centro del villaggio.
Ci accoglie un giovane alto e dal portamento elegante, accompagnandoci sotto la khaima.
I tappeti colorati sul fondo sabbioso rendono suggestivo l’ambiente e presto vengono ricoperti da un paio di materassini per farci accomodare. A me, invece, è riservata una confortevole poltroncina di plastica bianca, che mi colloca in una posizione dominante ma mi fa sentire un po’ a disagio.
Appesi ai pali di sostegno della tenda, un paio di vecchi altoparlanti a tromba diffondono gli accordi di un musicista – il migliore della regione, ci dicono – che sfiora le corde della sua chitarra. Del pubblico, però, nemmeno l’ombra.
Mi chiedo perplessa se è proprio quella la festa a cui siamo stati invitati e alla quale siamo arrivati puntuali a costo di trangugiare l’unico cibo della giornata. E pensare che, contravvenendo ai suoi principi anticonformisti, il gruppo aveva espresso il desiderio di festeggiare la fine dell’anno con un cenone, magari in stile africano, ma pur sempre cenone!
Qualcuno aveva rinunciato alla doccia per non farsi attendere, limitandosi a spazzolare gli abiti dalla sabbia e riassettandosi alla meglio. Qualcun’altro aveva confezionato in tutta fretta dolci italiani da portare in dono al padrone di casa; o, meglio, di tenda.
Il tempo passa, le prove del musicista continuano e la stanchezza inizia a farsi sentire per noi europei che non siamo avvezzi a lunghe sedute per terra.
Io, dall’alto della mia seggiola, non provo più disagio per la postazione privilegiata, ma solo un po’ di compassione per il Capitano che, dopo avere rifiutato una sedia, lotta stoicamente contro l’intorpidimento delle membra inferiori.
Finalmente arrivano gli altri invitati, quasi tutti insieme: giovani donne avvolte in teli colorati e uomini coperti da tuniche bianche riempiono ben presto la tenda, e iniziano le danze. Nessuno sembra accorgersi di noi e, soprattutto, dei nostri corpi che vengono confinati in spazi sempre più angusti.
Anche io perdo la comoda posizione e mi accorgo con imbarazzo che le mie gambe sono diventate una spalliera per lo sconosciuto che mi sta davanti. Osservo i miei compagni e colgo sui loro volti inequivocabili segni di stanchezza sperando, egoisticamente, che presto vengano sopraffatti dal sonno.
Ora, non so se è stato un fenomeno di telepatia oppure la soporifera melodia del chitarrista, ma improvvisamente il gruppo cerca a fatica di guadagnare l’uscita e si dirige verso l’alloggio notturno.
È quasi mezzanotte, giusto in tempo per dare il benvenuto al nuovo anno: al posto dello spumante alcune bottiglie di Tops Cola e, come fuochi d’artificio, le stelle dell’immenso cielo africano.

G.

IN CARROZZA, SI PARTE!

Vi è mai capitato di viaggiare in treno seduti all’interno dell’auto?
Agli intrepidi del Caravan Petrol, sì.
La difficile pista che unisce Nouadhibou a Choum, e la possibilità di effettuare lo stesso percorso a bordo del treno più lungo del mondo, ci ha indotto a sfruttare questa occasione.
Come da programma, ci presentiamo di buon mattino allo scalo ferroviario per le seguenti operazioni: caricamento delle auto, composizione del treno, partenza.
In realtà le fasi sono diventate: caricamento delle auto, composizione del treno, partenza, percorrenza di poche centinaia di metri, ritorno allo scalo per un guasto, sganciamento dei vagoni, riparazione con successivi controlli, ricomposizione del treno e, infine… ripartenza!
Probabilmente, per le ferrovie locali, il rispetto dell’orario è solo una possibilità teorica, tant’è che la prima partenza avviene in anticipo sul previsto e lascia a terra gran parte del gruppo. Solo dopo un rocambolesco inseguimento a bordo di un pick-up i nostri amici riescono a saltare sul treno, ma inutilmente perché il convoglio si ferma subito dopo.
È ormai sera quando lasciamo definitivamente la stazione, ignari della notte agitata che ci attende e rintanati nelle nostre auto trasformate per l’occasione in rudimentali vagoni-letto.
Il rumore di ferraglia, ma soprattutto il rullio del treno, aumentano progressivamente scuotendoci come biancheria in lavatrice, e chiusi nelle rispettive auto non possiamo nemmeno comunicare per distrarci un po’.
Con la testa nel sacco a pelo per attutire il frastuono, all’inizio non manifesto la mia ansia, ma quando lo sballottamento mi sveglia per l’ennesima volta, prepotentemente mi viene voglia di manifestare tutta l’inquietudine che mi pervade.
Esco dal ricovero di piume e mi rendo conto di avere al fianco un alieno: illuminato dallo schermo del navigatore satellitare, il volto del Capitano ha assunto un colore verdastro e le sulle pupille, fisse sul GPS, appaiono stranamente violacee.
“Stiamo viaggiando a 52 km/h – mi comunica senza tradire emozione – abbiamo percorso 120 km e ne restano 280 alla meta.”
A meravigliarmi è la tranquillità con cui il mio compagno reagisce alle violente oscillazioni e, non riuscendo a condividere la preoccupazione, mi rifugio sconsolata nel sacco-letto.
Chi mi darà un po’ di conforto? Ma sì, certo, perché non ci ho pensato prima? Mi appello al santo protettore dei Viaggiatori e, in cambio del sonno, gli prometto un gigantesco cero votivo.

G.

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