Frontiere perdute – edizione integrale

Frontiere perdute – edizione integrale

Scarica il testo integrale del libro Frontiere perdute di Luigi Alberto Pucci che i partecipanti al Caravan Petrol Summer Camp 2016 hanno ricevuto in estratto

Prefazione

Da tanti, tantissimi anni seguivo le scorribande di Luigi Alberto Pucci e della sua compagna Ivana sulle pagine della più diffusa rivista di vacanze all’aria aperta. Viaggiavano a bordo di un furgone camperizzato Renault Estafette, un veicolo discreto e “gentile” che niente aveva a che fare con gli opulenti e invasivi appartamenti su ruote che oggi chiamiamo camper.
Questa loro scelta controcorrente era già sufficiente a renderli istintivamente simpatici ai miei occhi; e poi ammiravo la meticolosa attenzione con cui annotavano luoghi, distanze e incontri, per condividerli con i loro lettori una volta tornati a casa.
Sul finire degli anni Novanta ebbi l’occasione di partecipare a un ritrovo di mezzi d’epoca organizzato dallo stesso Luigi Alberto e, oltre a fare la sua conoscenza diretta, venni a sapere che nei primi anni della sua vita di viaggiatore si era servito di una furgonetta AK 400.

A bordo di essa aveva compiuto memorabili raid fino a raggiungere l’Afghanistan e la sua capitale Kabul, una tappa sulla leggendaria Asianroute che per molti della nostra generazione costituiva l’anticamera dell’India e delle filosofie orientali giunte sulle note del periodo mistico dei Beatles e del sitar di George Harrison.
Avrei voluto conoscere ogni momento di quei viaggi, e magari condividerne il racconto con coloro che, come nel mio caso, non erano stati in grado di trasformare il sogno in realtà, forse per la mancanza di quell’allegra incoscienza che non era mancata al nostro amico nei suoi anni più giovani.

Un primo tentativo di narrare quel periodo epico restò sulla carta, e dovettero trascorrere quasi vent’anni perché si ristabilisse un contatto tra noi e tornasse d’attualità il progetto di raccontare com’erano andate esattamente le cose in quella lontana estate. Sì, proprio esattamente, perché nonostante la mancanza di un diario di viaggio che allora venne ritenuto superfluo, nella memoria del nostro amico era rimasto impresso ogni chilometro di quella strada forse tormentata e disagevole, ma comunque percorribile da una utilitaria non progettata per simili distanze. E nemmeno per quei sogni.

Oggi le stesse frontiere sono irrimediabilmente chiuse per la stupidità e l’intolleranza umana, ma ciò che accade al di là lo apprendiamo dalle immagini di morte e distruzione alle quali rischiamo di assuefarci.
Per sapere “com’era” non ci resta allora che affidarci alle storie di chi visse quegli anni d’oro senza telefoni cellulari e navigatori satellitari, quando, nonostante una programmazione meticolosa (non fu di certo il caso dei nostri “eroi” in furgonetta) c’era sempre l’imprevisto dietro l’angolo, il milite ottuso, il guasto irreparabile, l’incidente in agguato…

E fu proprio un cappottamento di Balthazar (così sarebbe stata battezzata la furgonetta) a mettere in dubbio il raggiungimento del capolinea, a 6000 km. da casa e quando ne mancavano 2000 a Kabul.
Ma il viaggio proseguì e prosegue tutt’ora, nonostante l’asfalto sia più liscio di un tempo, però più viscido e rischioso.
Perché, nonostante tutto, l’importante è non fermarsi. Mai.

Bruno Pelligra

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